All’estremità orientale della Valle di Scalve sorge il paese di Schilpario, situato
al termine di un’ampia conca prativa solcata dal fiume Dezzo e circondata
da fitte abetaie. Tutta la vallata è racchiusa in un imponente anfiteatro di vette
fra le più alte delle Orobie: il massiccio della Presolana, il monte
Venerocolo, il Pizzo Camino, e le cime dei Campelli con il Cimon della
Bagozza. Schilpario, centro principale della vallata, con i suoi 1135 m. di altitudine
è oggi una nota località di villeggiatura estiva ed invernale, ma il suo
passato racchiude un patrimonio storico e culturale di cui il museo etnografico
è testimone e custode.
Attraverso documenti, immagini fotografiche, strumenti di lavoro e oggetti
della vita quotidiana, il museo racconta la faticosa esistenza degli abitanti della
zona, costretti dalle condizioni ambientali, strutturali ed economiche ad un lavoro
duro ed incessante, svolto da uomini, donne, ragazzi, per sopravvivere e
per rendere il più possibile redditizia l’economia della valle.
Sono molteplici le attività del passato, protrattesi fino a tempi non poi tanto
remoti, cui erano dediti questi laboriosi valligiani: dall’agricoltura all’allevamento
del bestiame; dall’attività casearia (ad esso connessa) alla pastorizia; dallo
sfruttamento del bosco alla coltivazione e lavorazione del lino e della canapa;
dal lavoro dei falegnami e carpentieri a quello dei carbonai, per giungere
all’attività mineraria ed a quella dei forni fusori.
Soltanto quelle legate ai boschi e alla miniera erano riservate agli uomini, mentre
tutte le altre attività impegnavano anche e soprattutto le donne, venendo
ad assommarsi a quelle che sono prerogative essenzialmente femminili, come
il quotidiano lavoro casalingo e l’allevamento dei figli.
I ragazzi poi venivano impegnati fin dall’età di 10-12 anni, soprattutto per il
trasporto dei materiali.
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CRITERI ESPOSITIVI - ITINERARIO DI VISITA
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Estremamente interessante è il fatto che il museo, costituito nel corso degli anni
‘70-‘80 ed inaugurato nel luglio del 1986, sia stato inserito in un antico edificio
ristrutturato che è esso stesso, parte integrante del complesso etnografico
e culturale (al piano superiore è collocata la biblioteca): al suo esterno infatti
vi è una grande ruota di mulino, con le pale azionate dall’acqua del fiume
Dezzo che vi scorre a fianco, collegata all’interno con ruote dentate che azionano
macina, frantoio e torchio per la produzione dell’olio di lino, oltre alla
macina per il frumento.
Questo insieme di macchinari, veramente affascinante, si trova nel piano seminterrato
del museo mentre arnesi ed attrezzi sono distribuiti fra questo stesso
piano e quello superiore, posto a livello stradale.
All’ingresso del percorso espositivo due pietre, profondamente solcate, testimoniano
il duro lavoro degli “strusì” che con le slitte (“lese”) trascinavano a
fondo valle il minerale di ferro estratto dalle miniere della zona. Inizia poi l’esposizione
di attrezzi per il lavoro dei campi, dove venivano coltivati soprattutto
lino, canapa, frumento, patate: vomere, aratro, macchina per seminare, erpice,
giogo, zappa, falce, rastrello, forca, vari tipi di vanga tra cui una per tagliare
la paglia (“taia paia”).
Collegati all’allevamento del bestiame, alla pastorizia ed alla attività casearia,
vi sono vari oggetti originali, dalle museruole per i vitelli ad un arnese per raddrizzare
le corna alle bestie; bacinelle e ciotole per contenere il latte o per raccogliere
la panna; vari tipi di zangole e stampi per il burro, decorati ad incisione;
originale un arnese in legno chiamato “tessera” e datato 1794, che serviva
per misurare e registrare la consegna del latte, quando ancora non si usava
la bilancia.
I boschi che circondano Schilpario erano una grande risorsa, venivano sfruttati
sia come legna da trasformare in carbone per i forni fusori (due a Schilpario,
uno a Vilminore e uno a Dezzo), sia per utilizzare, quale copertura per i tetti, la
corteccia che veniva tolta con il “ruschì”.
Si passa poi alle attività esclusivamente femminili: filatura e tessitura di lino, canapa
e lana, con i relativi attrezzi (gramula, pettini, aspi, arcolai, telaio); lavori
legati alla vita di ogni giorno con i suoi vari aspetti, dalle pratiche religiose (una
croce in ferro ed alcuni ex-voto) alla cura dell’infanzia (la culla in legno, l’ “andarì”
per i primi passi, vari giocattoli).
Un enorme paiolo (“culdera”) serviva a scaldare il latte per la lavorazione casearia,
o a far bollire acqua per vari usi (macellazione del maiale, bucato, ecc.);
il percorso al pianoterra si chiude con attrezzi da cucina e oggetti domestici utilizzati
nella vita quotidiana.
Al piano inferiore del museo, oltre ai grandi macchinari azionati dalla ruota del
mulino già citati, sono esposti alcuni finimenti degli animali da traino, una ruota
di carro e due “birocci” riservati al trasporto di persone.
Vi sono pure testimoniate le attività di falegnami, carpentieri e carbonai attraverso
oggetti come pialle, scalpelli, trapani, o come il cavalletto per la costruzione
degli zoccoli o gli strumenti legati alla produzione del carbone; in un piccolo
ambiente laterale sono conservati alcuni attrezzi per il lavoro in miniera,
come martelli pneumatici, slitte per il trasporto del minerale, frammenti di fune
per la teleferica, usata in tempi più recenti.
La grande importanza che l’attività estrattiva ebbe per la Valle di Scalve, è testimoniata
in modo più ampio e significativo dal museo della Miniera.
Tutte le sezioni del museo etnografico sono corredate da pannelli illustrativi;
particolarmente toccante è la presenza di bauli, passaporti e documenti di
viaggio degli emigranti che, fin dall’epoca della dominazione veneta, erano
spesso costretti ad abbandonare la valle, alla ricerca di un lavoro più remunerativo.
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