MUSEO ETNOGRAFICO
Schilpario

  Informazioni generali

Indirizzo
Via dei Goi - Schilpario
Tel. 0346.55393 - Fax 0346.55275
E_MAIL: info@comune.schilpario.bg.it
URL: www.cmscalve.bg.it

Apertura
Martedì 9.00 - 12.00 14.00 - 18.00
Mercoledì 9.00 - 12.00 14.00 - 18.00
Giovedì 9.00 - 12.00 14.00 - 18.00
Venerdì 9.00 - 12.00 14.00 - 18.00
Sabato 9.00 - 12.00 14.00 - 18.00
Domenica 9.00 - 12.00 14.00 - 18.00

Chiuso il Lunedì

Ingresso
a pagamento

Visite guidate
per gruppi e scolaresche su prenotazione


CENNI STORICI

All’estremità orientale della Valle di Scalve sorge il paese di Schilpario, situato al termine di un’ampia conca prativa solcata dal fiume Dezzo e circondata da fitte abetaie. Tutta la vallata è racchiusa in un imponente anfiteatro di vette fra le più alte delle Orobie: il massiccio della Presolana, il monte Venerocolo, il Pizzo Camino, e le cime dei Campelli con il Cimon della Bagozza. Schilpario, centro principale della vallata, con i suoi 1135 m. di altitudine è oggi una nota località di villeggiatura estiva ed invernale, ma il suo passato racchiude un patrimonio storico e culturale di cui il museo etnografico è testimone e custode.

Attraverso documenti, immagini fotografiche, strumenti di lavoro e oggetti della vita quotidiana, il museo racconta la faticosa esistenza degli abitanti della zona, costretti dalle condizioni ambientali, strutturali ed economiche ad un lavoro duro ed incessante, svolto da uomini, donne, ragazzi, per sopravvivere e per rendere il più possibile redditizia l’economia della valle.
Sono molteplici le attività del passato, protrattesi fino a tempi non poi tanto remoti, cui erano dediti questi laboriosi valligiani: dall’agricoltura all’allevamento del bestiame; dall’attività casearia (ad esso connessa) alla pastorizia; dallo sfruttamento del bosco alla coltivazione e lavorazione del lino e della canapa; dal lavoro dei falegnami e carpentieri a quello dei carbonai, per giungere all’attività mineraria ed a quella dei forni fusori.

Soltanto quelle legate ai boschi e alla miniera erano riservate agli uomini, mentre tutte le altre attività impegnavano anche e soprattutto le donne, venendo ad assommarsi a quelle che sono prerogative essenzialmente femminili, come il quotidiano lavoro casalingo e l’allevamento dei figli.
I ragazzi poi venivano impegnati fin dall’età di 10-12 anni, soprattutto per il trasporto dei materiali.

CRITERI ESPOSITIVI - ITINERARIO DI VISITA

Estremamente interessante è il fatto che il museo, costituito nel corso degli anni ‘70-‘80 ed inaugurato nel luglio del 1986, sia stato inserito in un antico edificio ristrutturato che è esso stesso, parte integrante del complesso etnografico e culturale (al piano superiore è collocata la biblioteca): al suo esterno infatti vi è una grande ruota di mulino, con le pale azionate dall’acqua del fiume Dezzo che vi scorre a fianco, collegata all’interno con ruote dentate che azionano macina, frantoio e torchio per la produzione dell’olio di lino, oltre alla macina per il frumento.

Questo insieme di macchinari, veramente affascinante, si trova nel piano seminterrato del museo mentre arnesi ed attrezzi sono distribuiti fra questo stesso piano e quello superiore, posto a livello stradale.

All’ingresso del percorso espositivo due pietre, profondamente solcate, testimoniano il duro lavoro degli “strusì” che con le slitte (“lese”) trascinavano a fondo valle il minerale di ferro estratto dalle miniere della zona. Inizia poi l’esposizione di attrezzi per il lavoro dei campi, dove venivano coltivati soprattutto lino, canapa, frumento, patate: vomere, aratro, macchina per seminare, erpice, giogo, zappa, falce, rastrello, forca, vari tipi di vanga tra cui una per tagliare la paglia (“taia paia”).
Collegati all’allevamento del bestiame, alla pastorizia ed alla attività casearia, vi sono vari oggetti originali, dalle museruole per i vitelli ad un arnese per raddrizzare le corna alle bestie; bacinelle e ciotole per contenere il latte o per raccogliere la panna; vari tipi di zangole e stampi per il burro, decorati ad incisione; originale un arnese in legno chiamato “tessera” e datato 1794, che serviva per misurare e registrare la consegna del latte, quando ancora non si usava la bilancia.

I boschi che circondano Schilpario erano una grande risorsa, venivano sfruttati sia come legna da trasformare in carbone per i forni fusori (due a Schilpario, uno a Vilminore e uno a Dezzo), sia per utilizzare, quale copertura per i tetti, la corteccia che veniva tolta con il “ruschì”.
Si passa poi alle attività esclusivamente femminili: filatura e tessitura di lino, canapa e lana, con i relativi attrezzi (gramula, pettini, aspi, arcolai, telaio); lavori legati alla vita di ogni giorno con i suoi vari aspetti, dalle pratiche religiose (una croce in ferro ed alcuni ex-voto) alla cura dell’infanzia (la culla in legno, l’ “andarì” per i primi passi, vari giocattoli).

Un enorme paiolo (“culdera”) serviva a scaldare il latte per la lavorazione casearia, o a far bollire acqua per vari usi (macellazione del maiale, bucato, ecc.); il percorso al pianoterra si chiude con attrezzi da cucina e oggetti domestici utilizzati nella vita quotidiana.

Al piano inferiore del museo, oltre ai grandi macchinari azionati dalla ruota del mulino già citati, sono esposti alcuni finimenti degli animali da traino, una ruota di carro e due “birocci” riservati al trasporto di persone.
Vi sono pure testimoniate le attività di falegnami, carpentieri e carbonai attraverso oggetti come pialle, scalpelli, trapani, o come il cavalletto per la costruzione degli zoccoli o gli strumenti legati alla produzione del carbone; in un piccolo ambiente laterale sono conservati alcuni attrezzi per il lavoro in miniera, come martelli pneumatici, slitte per il trasporto del minerale, frammenti di fune per la teleferica, usata in tempi più recenti.

La grande importanza che l’attività estrattiva ebbe per la Valle di Scalve, è testimoniata in modo più ampio e significativo dal museo della Miniera.
Tutte le sezioni del museo etnografico sono corredate da pannelli illustrativi; particolarmente toccante è la presenza di bauli, passaporti e documenti di viaggio degli emigranti che, fin dall’epoca della dominazione veneta, erano spesso costretti ad abbandonare la valle, alla ricerca di un lavoro più remunerativo.