Le tre Sacrestie furono costruite nell'ottovo decennio del Seicento con l'acquisto di alcuni orti attigui al cantiere dell'erigenda chiesa di San Martino, per essere usate come locali di riunione, preparazione e preghiera del clero locale, secondo un criterio di funzionalità alla Processione. Furono progettate dall'architetto Gerolamo Quadrio, che realizzò la planimetria a "L" rovesciata, destinando il lato corto alla prima Sagrestia, la congiunzione angolare alla seconda ed il lato lungo per la terza. Aprì inoltre la prima sagrestia in corrispondenza della quinta campata sinistra della chiesa, mentre la terza fu aperta verso la canonica.Questi collegamenti pemettevano al sacerdote di svolgere privatamente e prima d'ogni celebrazione il rituale della purificazione, funzionale alla liturgia, senza passare dalla strada, ma accedendovi direttamente dalla canonica.
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CRITERI ESPOSITIVI - ITINERARIO DI VISITA
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La prima sagrestiaArchitettura: la planimetria di questo primo ambiente è rettangolare, con sviluppo longitudinale. E' un ambiente sormontato da una volta a botte, costruita su quattro grossi pilastri centrali, due per ciascun lato, che dividono le pareti laterali in tre nicchie molto profonde, realizzate per ospitare grandi armadi incassati. Un fregio ininterrotto muove la superficie sotto l’aggettante cornicione (su cui s'imposta la volta a botte), decorato da stucchi a festone continuo, sorretto da angioletti, e arricchito di maschere, faccine e da un infinito mondo di motivi fitomorfici.Stucchi: furono realizzati tra il 1677-78 dal ticinese Giovanni Angelo Sala, giunto a Bergamo nel 1641, esule da Lugano, a causa dell'incriminazione per omicidio della moglie (accusa da cui fu scagionato successivamente). Operò dal 1651 in alcuni prestigiosi cantieri che gli diedero notorietà, come la Basilica di Santa Maria Maggiore, la Madonna dei Campi a Stezzano, il santuario di Sombreno (Paladina-Bergamo), il monastero Matris Domini in Bergamo, quello di Santa Grata in Città Alta. Dal 1659, fu chiamato ad Alzano per lavorare accanto a Gerolamo Quadrio per la decorazione della chiesa di San Martino e delle Sagrestie. L'esito di tale collaborazione sfociò in un’opera che si caratterizza per effetti di grande raffinatezza, ottenuti attraverso un lavoro di rifinitura minuziosa anche a visione ravvicinata. Si servì, per ottenere tale effetto, di una ricetta a base di polvere di marmo molto sottile, plasmata su sfondi policromi dipinti con pigmenti naturali preziosi, come la malachite verde e l'ocra gialla e rossa.Arredo: è formato da sei armadi in legno di noce incassati all'interno di nicchie architettoniche. Quattro armadi sono angolari ad anta semplice, i due centrali sono ad anta doppia e furono eseguiti tra il 1679 e il 1680 dalla bottega di Grazioso Fantoni il Vecchio, di Rovetta. I quattro armadi ad anta semplice hanno una struttura architettonica costituita da due colonne tortili reggenti un alto fastigio, lavorato ad intaglio, sormontato da un timpano spezzato; ciascuno è poi coronato dalle statue dei quattro Padri della Chiesa: Sant'Ambrogio, San Gregorio Magno, Sant'Agostino e San Gerolamo. Piccoli angeli sono poi adagiati sui lati obliqui del timpano e mostrano all’osservatore attributi identificanti il santo cui sono accompagnati (es.: un angelo accanto a San Gerolamo tiene in mano il sasso con cui il santo si percuoteva durante il suo ritiro nel deserto). Di grande interesse è la scritta trovata sul dorso di Sant'Ambrogio durante il restauro dell'arredo ligneo: "A.F.S. R." con la data 1680[1]. Si tratta, infatti, della sigla che identifica "Andrea Fantoni Scultore di Rovetta". È un ritrovamento prezioso, perché documenta il primo intervento di Andrea, ventunenne, nella Fabbrica di San Martino, come collaboratore del padre Grazioso. La struttura architettonica dell'armadio, sopra descritta, incornicia un'anta intagliata a rilievo con il motivo medievale della “sirena dalla coda bifida”, simbolo del bene e del male. Un cassettone conclude il lavoro nella parte inferiore dell’armadio, collocato appena sopra la cassapanca che collega tra loro tutti gli armadi di ciascun lato. Gli armadi ad anta doppia riprendono lo schema appena descritto, ma non hanno frontone, e culminano con una cimasa di sculture molto concitate, di grandi dimensioni, organizzate in tre gruppi iconografici su ciascun armadio. Sull'armadio sinistro vediamo, al centro, il gruppo scultoreo di San Martino in gloria portato in cielo da un turbinio d'angeli; accanto a lui L'Arcangelo Michele scaccia i diavoli dal Paradiso (a destra di San Martino), e la raffigurazione allegorica della Verità, vittoriosa sulle Eresie del mondo (a sinistra di San Martino). La cimasa dell'armadio destro è costituita da San Pietro Martire in gloria, collocato centralmente, affiancato dalla rappresentazione dello Spirito Santo vincitore sui peccati (a sinistra del santo), e la bellissima scultura della Morte trionfatrice sui poteri del mondo (papato, impero e mondo moresco). L'allegoria della Morte è rappresentata da uno scheletro con le ali dorate; essa incombe con il suo significato di "memento mori", eternità che vince la mortalità del potere e della vita, incarnando lo spirito dell'epoca barocca.La seconda sagrestiaArchitettura: disposta angolarmente tra la prima e la terza Sagrestia, la seconda Sagrestia era in passato una piccola cappella usata dai sacerdoti per i riti preparatori alla funzione liturgica, detti "segreti" perché celebrati privatamente e in assenza di laici. Ciò è rivelato da una targa marmorea affissa alla cornice della porta di comunicazione tra la prima Sacrestia e la seconda. La cappella è dotata di un altare monumentale in asse con la Prima Sagrestia (opera dell'intelvese Selva) e sormontato da una Crocifissione dello scultore veronese Andrea Peracca, che ha rappresentato simbolicamente il tema della Morte e Passione di Gesù Cristo, utilizzando marmi bianchi e rossi.Stucchi: furono eseguiti nel 1690 dalla bottega dei Sala, guidata da Gerolamo, figlio di Giovanni Angelo, morto probabilmente nel 1688. La decorazione, fitta e ridondante, è costituita da festoni di frutta rigogliosa sorretta da angeli; girali di foglie astratte eseguiti su sfondi colorati in malachite, ocra gialla e rossa, con la tecnica a risparmio; piccoli putti che incorniciano le numerose lapidi delle pareti. Gerolamo Sala operò con grande esuberanza, con un entusiasmo maggiore rispetto al lavoro svolto dal padre nella prima Sagrestia, partendo da un'idea della decorazione come protagonista della superficie architettonica, fino ad annullare le pareti sotto i suoi infiniti movimenti.Affreschi: eseguiti dal pittore Antonio Cifrondi di Clusone nel 1689-90, rappresentano alcuni episodi della vita di Cristo, dall'Ultima cena fino all'Ascensione, dipinti all’interno di medaglioni mistilinei e incorniciati da stucchi molto eleganti. Purtroppo questi affreschi furono in gran parte ridipinti nell'Ottocento (1892), durante un restauro che portò alla distruzione dell'originale ed alla ristesura dell'intonaco, secondo il principio, al tempo vigente, del restauro ricostruttivo.Arredo: dal 1690 due botteghe lavorarono per eseguire i cassettoni: i Fantoni, che eseguirono le sculture di legno, ed i Caniana, cui fu affidata la fase progettuale del mobile e l'intarsio decorativo del prospetto dei cassetti e degli armadietti superiori.Il disegno di questi cassettoni, conservato alla Fondazione Fantoni di Rovetta (custode di tutti i disegni eseguiti per il cantiere artistico d'Alzano Lombardo) rappresenta il progetto originario dei mobili che rivestono le quattro pareti di questa sala, con qualche variante in corrispondenza delle porte. Cassettoni modulari separati tra loro da piccoli telamoni scultorei, sormontati da armadietti e coronati da una cimasa che alterna anforine antropomorfe (sopra le lesene) ad un romanato traforato (sopra gli sportelli). Il disegno fu approvato dal sindaco della Fabbriceria con una firma: "Ant.o Camozzi Sin.co".
La scelta del cassettone con armadietti fu determinata dalla funzione di questa sagrestia, più piccola rispetto alle altre due. Ogni armadietto doveva custodire gli oggetti liturgici personali di ciascun membro della numerosa collegiata sacerdotale d'Alzano, che contava dai trenta ai quaranta sacerdoti.Il lavoro eseguito differisce leggermente dal progetto originale, per il successivo intervento dei Fantoni, che introdussero telamoni scultorei in noce come elemento divisorio tra un cassettone e l'altro e statuine allegoriche in legno di bosso tra i vari armadietti. Nella cimasa scomparvero le anfore porta palma, sostituite con un "Martirium Elogium" in noce, rispecchiante il gusto controriformista degli oratori gesuiti, intervallato da ovali intagliati nel legno di bosso, tinteggiato di rosso, con Storie dell'Esodo e di Cristo ai due lati dell'ambiente. Questo complesso lavoro, quasi miniaturistico, impegnò i Fantoni fino al 1701. I Caniana intarsiarono armadietti e cassetti con motivi vegetali alternati a "maschio/femmina" nelle specchiature sagomandole poi da cornici "a salterello", in un tempo relativamente breve, concluso nel 1692. Al centro di ogni sportello è raffigurato un animale, legato simbolicamente alla Chiesa (la colomba, il pellicano, il leone, la cicogna) e ripetuto almeno una seconda volta nei 34 armadietti, con cromatismo inverso: sagomando il legno chiaro in un contorno scuro, invertendo poi i colori.
Accanto all'altare della sacrestia ci sono due credenzini che interrompono la sequenza lineare delle cassettiere, fungendo da elemento di raccordo con gli inginocchiatoi eseguiti dai Fantoni. Quello a destra ospita centralmente il "capolavoro". Si tratta della prova d'abilità che Andrea e la sua bottega (i fratelli Donato, Giambettino e Giovan Antonio) dovettero eseguire nel 1690 per ottenere l'incarico dalla Fabbriceria parrocchiale: è un ovale in legno di bosso che rappresenta la Deposizione di Cristo dalla croce, siglata in basso a destra "A.F.", eseguita insieme all’ovale con il Passaggio del Mar Rosso, collocata nella cimasa tra gli altri episodi dell'Esodo. Il contratto fu firmato solo nel 1692.
All'ingresso, due stalli raccordano i cassettoni alle porte, intarsiate da Giovan Battista. Hanno lo stesso motivo dei credenzini e sono coronati in alto da un ovale ciascuno, con due miracoli di San Martino, patrono d'Alzano Lombardo. Nel fregio superiore, due piccoli ovali lavorati ad intarsio recano rispettivamente il nome degli autori e la data relativa alla conclusione dell'intervento.La terza sagrestiaArchitettura: la terza Sagrestia costituisce il braccio lungo della "L" rovesciata citata; è una sala rettangolare con sviluppo longitudinale, ortogonale rispetto all'asse della prima Sagrestia. Usata come luogo per le adunanze della Collegiata di Alzano, rammenta visivamente l'immagine di un "piccolo Conclave", perché arredata da stalli lignei lungo le pareti lunghe.Stucchi: sono opera di Gerolamo Sala, che proseguì la decorazione della terza Sagrestia, conclusa nel 1691, come dimostra la data scoperta sul capitello della lesena angolare destra, nel corso dell'ultimo restauro (1992-94). In quest’ambiente la decorazione ritorna più sobria rispetto alla seconda Sagrestia, distribuendosi nei fregi e nei costoloni della volta, forse anche per la presenza, accanto a Gerolamo, dell’allievo Stefano Mesci, cui si attribuiscono le figure sopra la fonte ed i caratteristici puttini dal "viso lungo" collocati sopra la porta d'ingresso.Affreschi: sono tre episodi biblici che prefigurano il tema eucaristico del sacrificio e sono collocati in tre riquadri al centro della volta. Si tratta del Sacrificio di Abele; Sacrificio di Abramo; Sacrificio di Melchisedec. Questi episodi sono affiancati da affreschi di angeli, dipinti nelle vele sopra le finestre, che sorreggono oggetti liturgici e ribadiscono il significato simbolico degli episodi centrali: incensiere, braciere, calice, piattino, ecc. Sono opera del pittore comasco Giulio Quaglio e furono dipinti nel 1727.Arredo: la notorietà raggiunta con il complesso decorativo della seconda Sagrestia, indusse Giovan Battista Caniana a stabilirsi ad Alzano, prendendo residenza nell'antica e nobile contrada della Costa dal 1694 ed accettando commissioni nell'arte dei commessi e nell'attività architettonica in Bergamo ed in tutto il territorio della provincia. Sposò Brigida Erba, appartenente ad "onorata famiglia", divenendo capostipite della bottega dei Caniana d'Alzano Lombardo. A questa data, la Fabbriceria di San Martino decise di arredare un ambiente per le adunanze del clero, affidando l'intera commissione alla loro bottega. Il modello dello stallo tipo fu disegnato ancora da Giovan Battista: è una cassapanca con schienale fregiato, esemplificato sul tema architettonico della facciata "a tempio". Questo è ripetuto modularmente per undici volte a sinistra, diciassette a destra e due volte nel lato di risvolto, accanto alla porta d'ingresso. Molte sono le varianti usate nella decorazione delle lesene e dei fregi, con una predominanza di motivi vegetali intrecciati. Nelle tarsie del lato sinistro la decorazione si organizza nel modo seguente: sulle lesene ricorre il motivo dei rametti con foglie e frutti, sostenuti da piccolissimi putti, quasi folletti collocati dietro la superficie bidimensionale del legno; nei due fregi, superiore ed inferiore, si susseguono intrecci astratti di vegetali, ispirati ai motivi del ricamo che, secondo tradizione locale, furono eseguiti dalla figlia di Giovan Battista: Caterina Caniana (1697/1784), maestra di ricamo nel vicino educandato gestito delle suore claustrali "Della Visitazione". Quest'informazione è suffragata dalla biografia della donna, scritta dal nipote Giacomo (1750/1802), architetto e intarsiatore, e dalla decorazione del fregio superiore intarsiato in madreperla, tecnica in cui il nipote la rivela espertissima. I Caniana disegnarono ed eseguirono anche i primi quattro dossali, con tre episodi della Vita di Cristo e il primo della Vita di Mosè. In seguito interruppero il lavoro per ordine dei fabbricieri, interessati a finanziare la realizzazione degli apparati celebrativi utilizzati per la traslazione delle reliquie di San Bonifacio e Santa Felicita (festeggiate soltanto nel 1700), ed in seguito all'impresa del pulpito. Per questo motivo la bottega proseguì solo i lavori di riquadratura, lasciando a data indeterminata la conclusione dei dossali (conclusi in questo lato con i rimanenti episodi della "Vita di Cristo" nel 1880 da Giulio Masnada, che si firmava "F.T.", Fra' Topolino, per la sua ridotta statura). Il lato di fronte ne è completamente privo, e nel fregio inferiore ai "ricami" di Caterina si sostituiscono "giochi di puttini", motivo dotato di gran vivacità e leggerezza; mentre nel fregio superiore sono raffigurati dei piccoli paesaggi idillici di gusto già pienamente arcadico. In questo lato, più che altrove, è evidente lo studio delle tarsie di Santa Maria Maggiore del Capoferri e vi si riconosce la mano esperta di Giovan Battista Caniana. Qui, due lesene interrompono la sequenza degli intrecci vegetali, sostituiti da trionfi d'oggetti militari: armature, elmi, spade. Nel disegno di una di queste lesene, conservato alla Fondazione Fantoni di Rovetta (Bg) e presente in riproduzione anche nel museo, compare ancora la firma "Gio. Batta Caniani" scritta in un cartiglio. Si suppone che in origine fosse dipinto anche sul legno, cancellato da un antico restauro, troppo aggressivo. Tutto questo lavoro fu realizzato in un intervallo abbastanza lungo, almeno una quindicina d'anni, e questa è la ragione che vide collaborare con il maestro i figli ed anche un nipote: Francesco Antonio Caniana, autore dei due stalli di risvolto, con decorazioni del tutto originali e meno astratte rispetto alle precedenti, ma per questo anche spostate nel tempo a date lontane dalla commissione. Nelle lesene ha inserito "grottesche" che intrecciano oggetti liturgici; nel fregio inferiore, nature morte di strumenti musicali; in quello superiore degli oggetti di tradizione liturgica ebraica. Francesco Antonio concluse la decorazione disponendo angolarmente una piccola tarsia polisagomata, con i tre strumenti delle arti: squadra, compasso e pennello, che sono simboli dell'Architettura, della Scultura e della Pittura, ma anche emblemi dei Caniana, famiglia versata in tutte le arti, come aveva già dimostrato Giovan Battista nel 1712, quando aveva elaborato il suo primo progetto architettonico: la chiesa di San Michele Arcangelo, sita a pochi metri dalla Basilica, divenuta in seguito mausoleo di famiglia.
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